dima
  • Venezia

    Offro qui una Venezia prosciugata dell’acqua, tranne in un accenno, memento di ciò che fu. Perché intendo, e spero che tutti intendano, come Venezia sia morta. Non penso alla gloria morente di cui parlava Byron o a come fu conosciuta da Ruskin, ammaliatrice, spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza. No. L’auspicio futurista che si voleva attuare proprio a Venezia (“Uccidiamo il chiaro di luna!”) si è qui finalmente compiuto, non però come fu pensato: gesto intenzionale, energico, eversivo, ahimè conseguentemente tragico e disumano. Si è invece realizzato come posa sciatta e volgare di una diversa e flaccida disumanità: inconsapevole, accidiosa, mortifera, riflesso incosciente di mille e mille piedi, di mille e mille mani, di mille e mille occhi moltiplicati per mille e mille e mille, che ogni giorno, per mille e mille giorni senza tregua, senza respiro, la assassinano, ilari e noncuranti, senza pensieri, senza sentimenti, senza pietà. Gioiosamente trionfanti.